A venditore venditore e mezzo
Che gli ultimi giorni di campagna elettorale somiglino a un giro di saldi fuori stagione non è una novità. Le promesse si sprecano e si accavallano, nella speranza di rimotivare gli elettori delusi di ogni schieramento. C’è una piccola, a volte molto piccola, logica politica in tutto questo: oramai è improbabile ottenere uno spostamento di voti, e si tratta soprattutto di smuovere i settori di elettorato meno motivati per evitare che scelgano l’astensione o il voto protestatario. Così si spiega la generalizzata propensione alla promessa senza rete. Leggi Storia e segreti di Errani, il Gianni Letta di Bersani
20 AGO 20

Che gli ultimi giorni di campagna elettorale somiglino a un giro di saldi fuori stagione non è una novità. Le promesse si sprecano e si accavallano, nella speranza di rimotivare gli elettori delusi di ogni schieramento. C’è una piccola, a volte molto piccola, logica politica in tutto questo: oramai è improbabile ottenere uno spostamento di voti, e si tratta soprattutto di smuovere i settori di elettorato meno motivati per evitare che scelgano l’astensione o il voto protestatario. Così si spiega la generalizzata propensione alla promessa senza rete. Quel che fa un po’ impressione è però l’atteggiamento del candidato dato per favorito, Pier Luigi Bersani, che non trascura alcuna occasione per denunciare l’attitudine da venditore di tappeti del suo eterno avversario, l’immarcescibile Silvio Berlusconi, mentre continua egli stesso a fare promesse su promesse: alcune delle quali degne, per demagogia e filibusteria, delle trovate sull’Imu del Cav. Appena si insedierà al governo darà da mangiare ai poveri, abolirà i ticket, riammetterà alle pensioni anticipate tutti i cosiddetti “esodati”, investirà miliardi nella sanità e nella scuola pubblica assumendo precari a iosa, concederà la cittadinanza a chi è nato sul suolo italiano. Oltre beninteso riformare i partiti, abolire la corruzione e il conflitto d’interessi. Per i giorni successivi lascerà qualche bazzecola, come la politica del lavoro (dove dovrà tenere insieme gli antagonisti di Susanna Camusso e i riformisti di Matteo Renzi) e la battaglia per un’Europa meno arcigna nei confronti dello sviluppo, tema in cui difficilmente otterrà più del nulla che ha conseguito il presidente francese.
Le onerose promesse di Bersani, alcune delle quali neppure quantificabili, sommate tra loro probabilmente richiedono incrementi di spesa o riduzioni di entrate almeno della stessa dimensione delle riduzioni fiscali promesse dall’altra parte. Hanno quindi più o meno lo stesso (scarsissimo) grado di realizzabilità. Non ci sarebbe niente di scandaloso, se non l’asimmetria con cui si denuncia la propensione altrui alla promessa elettoralistica, proprio mentre si pratica lo stesso gioco con eguale o superiore intensità, e con una dose di bellurie da “ci prenderemo cura degli ultimi” davvero imbarazzanti. Si tratta di un vezzo tradizionale della sinistra, conseguenza di una presunzione di superiorità etica ed estetica che le preclude la possibilità di mettere i propri comportamenti a confronto con quelli della concorrenza, e li traveste invece da valori superiori. Un vezzo che alla fine fa trascurare l’esigenza di un minimo autocontrollo.